Economista di rango dice che la patrimoniale è una sciagura
Sbloccare la società e le imprese per liberare l’economia. Marcello Messori, economista ed editorialista del Corriere della Sera, non ricorre a facili slogan e a banali teorie, però pensa che l’obiettivo della crescita, tornato ad essere il fulcro dell’agenda governativa, non sia così scontato e semplice da realizzare. Infatti, dice Messori, che in passato ha consigliato l’ex presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, poi è stato direttore scientifico della Fondazione Di Vittorio guidata da Sergio Cofferati e quindi ha presieduto Assogestioni, le riforme liberalizzatrici “hanno un costo politico rilevante".

Le riforme pro crescita che il nostro paese attende, per dare quella frustata al cavallo dell’economia di cui ha parlato Silvio Berlusconi, “modificano l’uso delle risorse e determinano una redistribuzione dei redditi che incide sulla composizione sociale del paese. Ciò attiva forze contrarie al cambiamento”. Il realismo di Messori fa anche dire all’economista di Tor Vergata che “i freni alla crescita sono certo dovuti allo sfavorevole ambiente esterno alle imprese, ma dipendono anche da mancate innovazioni nell’organizzazione aziendale che hanno impedito di agganciare la rivoluzione dell’Ict”.
Con la consapevolezza che per crescere occorre scuotere una società bloccata, e quindi convincere cittadini e imprese a rinunciare a piccole e grandi rendite, Messori indica nei servizi alle imprese e ai cittadini un settore in cui iniettare massicce dosi di liberalizzazioni. E’ il caso della pubblica amministrazione, che “continua ad avere procedure che ostacolano lo svolgimento delle attività produttive”. L’economista riconosce che “è stato compiuto qualche parziale passo avanti, per esempio in tema di diritto fallimentare”; restano però “molteplici ostacoli negativi all’attività delle imprese”. “Il welfare – aggiunge Messori – va però ridisegnato. Per esempio: durante la recente crisi, si sarebbe dovuta costruire una rete di ammortizzatori sociali anziché fare un uso distorsivo della cassa integrazione guadagni che ha difeso l’esistente”.
Settore simbolo di una società bloccata è quello delle reti e delle infrastrutture: per ovviare alle robuste inefficienze occorre “un’opera di profonda liberalizzazione e ri-regolamentazione”. Messori indica nei servizi di trasporto, di energia e dell’ambiente specie a livello locale un potente moloch da intaccare. Non nega che, con la legge Ronchi-Fitto, l’esecutivo abbia dato una prima risposta. La norma ha, però, “aspetti deludenti”, perché “non scongiura il rischio di conflitto di interesse da parte degli enti locali che possono fungere da regolatori, indicendo gare per l’attribuzione di un servizio, e da partner di gestione dello stesso servizio messo a gara”.
Quando parla di limiti alla liberalizzazione delle reti, Messori pensa pure alle innovazioni mancate nel trasporto merci su rotaia o al recente riassetto delle quote detenute da Tesoro e Cassa depositi e prestiti (Cdp) nelle società a partecipazione statale: sarebbe stato opportuno “concentrare nella Cdp la sola proprietà delle reti, quali Terna, Snam e Poste”. Nelle politiche pro crescita l’economista inserisce poi “l’aumento della concorrenza nel settore delle professioni”; e di certo non va in questa direzione la recente riforma dell’ordine forense. Secondo Messori, non ha un’impostazione sviluppista neppure l’idea di tassazioni anti debito pubblico come quelle abbozzate da Giuliano Amato e Pellegrino Capaldo: “Un’imposizione straordinaria sulla ricchezza colpirebbe i ceti medi, che non sono in grado di ‘celare’ i loro patrimoni in ‘scatole’ appropriate, e finirebbe per incidere sui consumi privati”. Ciò non significa che sia irrilevante il problema della riforma fiscale e dell’abbattimento del debito pubblico, anzi: la soluzione risiede però nella crescita e in una ricomposizione della spesa pubblica.
Nonostante la tenuta del bilancio pubblico durante la crisi, la spesa corrente ha continuato ad aumentare: “Ci sono notevoli spazi per la riduzione dei consumi pubblici intermedi e di altre voci che alimentano rendite, ed è invece necessario bloccare la caduta degli investimenti. L’abbandono dei tagli lineari e la ricomposizione della spesa richiederebbero una spending review seria e approfondita”. Ma anche in questo caso, ricorda Messori, si deve essere consapevoli che simili interventi intaccherebbero rendite tipiche di una società bloccata.